Quattro giorni con Eugenio Barba

Eugenio Barba

Foto di Orf3us / Wikimedia Commons / Licenza CC BY 3.0

«Ma secondo lei, nell'era dei robot, quale sarà il futuro del teatro? Se fosse un giovane oggi, farebbe ancora la stessa scelta? Quando ha capito che doveva fare teatro?»

Domande così grandi, quasi solenni, da rivolgere a un uomo che ha attraversato il teatro lasciando tracce profonde, non soltanto attraverso ciò che ha realizzato, ma attraverso ciò che ha dimostrato con la propria vita: Eugenio Barba.

Eppure, dopo quattro giorni trascorsi nel suo spazio, mi sono accorta che forse le domande più importanti non sono necessariamente quelle più auliche. A volte sono quelle che nascono da una ferita, da una necessità, da qualcosa che non abbiamo ancora capito fino in fondo.

L ' incontro con la presenza

Sono arrivata a questo incontro con l'idea di trovarmi davanti a un mito. E forse una parte di me pensava persino di non esserne all'altezza. Avevo tante domande, tante aspettative, e quella strana sensazione di dover essere all'altezza di un'occasione così importante.

Poi ho incontrato la sua presenza: semplice, essenziale, silenziosa quando necessario, ironica quando meno te lo aspetti.

E ho compreso qualcosa che non avevo previsto. La grandezza non ha necessariamente bisogno di occupare lo spazio. Non deve imporsi, non deve dimostrare. Può semplicemente esserci.

Barba mi ha fatto pensare alla semplicità della vita e dell'esistenza. A quello che rimane quando si è attraversata la propria ferita e si è trovato il modo di trasformarla in una necessità. Forse è proprio lì che il teatro smette di essere soltanto un mestiere, una professione o un linguaggio, e diventato un rito. Non qualcosa a cui attribuire un significato da spiegare, ma qualcosa che dà un senso alla propria esistenza.

Eugenio Barba mi è apparso come un uomo che ha attraversato il proprio senso, senza avere più bisogno di dimostrarlo. E nei suoi attori ho riconosciuto qualcosa che mi ha colpita profondamente: umiltà, presenza, ascolto.

La verità fuori dalla scena

Detesto gli attori che se la credono. Quelli che sembrano dover continuamente dimostrare di essere qualcuno. In questi quattro giorni ho respirato un'altra possibilità: quella di stare nel proprio lavoro senza dover occupare il centro della scena anche quando la scena non c'è.

A un certo punto ho persino incrociato Amleto. Non su un palcoscenico, non dentro una prova, ma al ristorante, nei bagni. Ci siamo scambiati un sorriso e un semplice «Ciao».

Può sembrare un dettaglio insignificante. Per me non lo è stato. Perché proprio in quel luogo, così lontano dalla solennità del teatro, ho ritrovato qualcosa di profondamente umano: la fragilità, la naturalezza, la verità di un incontro senza rappresentazione.

La generosità dei grandi

Sono grata a Eugenio Barba per quello che ha condiviso, per il suo essere, per il suo umorismo e per la sua capacità di restare presente. E sono grata a Julia, che ha intercettato una domanda che mi portavo dentro durante quei quattro giorni. Mi ha ascoltata e, quando mi ha fatto l'autografo, mi ha detto: «Scrivila e poi falla mandare da loro», riferendosi agli organizzatori.

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Anche questo mi ha colpita. La disponibilità a vedere una domanda, a riconoscere il desiderio di qualcuno, a non considerare mai troppo piccola la persona che si ha davanti.

Forse i grandi sono umili proprio perché non hanno più bisogno di dimostrare la propria grandezza. E proprio per questo riescono ad avere attenzione anche per gli altri.

Io, intanto, continuo a cercare. Ho fatto tanta strada, ma sento di essere ancora soltanto all'inizio. Forse sono arrivata al venti per cento di quello che vorrei essere, capire, realizzare. Eppure oggi so di essere grata per questo spazio e per questo tempo che sono riuscita a conquistare nella mia vita.

Continuo a cercare un senso nel teatro. Cerco di capire quale sia la mia strada, quale sia la necessità che mi tiene legata a quest'arte, che cosa voglio davvero attraversare e restituire attraverso di essa.

Il richiamo: «Il teatro sei tu!»

E poi c'è quella frase, pronunciata da Eugenio Barba quasi come un richiamo, una provocazione, un invito:

«Il teatro sei tu!»

Forse la risposta che cercavo non era davanti a me. Non era nascosta nella storia dell'Odin Teatret, nelle sue conquiste o nelle sue rivoluzioni. Era nella responsabilità di riconoscere che il teatro non può essere delegato a un maestro, a una scuola, a una tradizione, a un metodo.

Possiamo incontrare i grandi, imparare da loro, lasciarci attraversare dalle loro esperienze. Ma poi dobbiamo tornare a noi stessi.

Perché il teatro, alla fine, non è qualcosa che si possiede. È qualcosa che si è disposti a mettere in gioco.

E forse, dopo questi quattro giorni, la domanda non è più soltanto quale sarà il futuro del teatro nell'era dei robot.

La domanda è: quanto siamo ancora disposti a esserci, davvero?

Annalisa Falché